Giulia Pizza

Giulia Pizza Dott.ssa Giulia Pizza Psicologa Psicoterapeuta ad orientamento psicodinamico Trieste Cell

21/08/2022

PIÙ IL TERAPEUTA È POTENTE E MENO CURA.

“Siamo attratti da quella particolare professione perché abbiamo dei problemi: studiamo psicologia per curarci… (poi arriva la paziente che si fa) sirena muta, mio caro, e ci richiama verso gli scogli, dove la nostra ambizione terapeutica si infrange” (Alex Michaelides “La paziente silenziosa”)

Direi che questa frase non rivela molto a chi legge queste Confessioni da qualche tempo. Il fatto che noi terapeuti siamo tossici di terapia, che studiamo psicologia per curarci, che, come il protagonista del libro, abbiamo esperienze psicotiche, su***de, depressive, sessuomaniche e compagnia cantando, il fatto che le abbiamo primariamente su di noi, insomma tutto questo è ormai noto, almeno qui.

Invece io voglio parlarvi, ancora una volta di un altro aspetto, anche perché non se ne parla mai abbastanza. Mi riferisco al narcisismo dei e delle terapeute…

Ma non facciamo l’errore banale di pensare che il narcisismo coincida con il piacersi, non facciamo l’errore di pensare che Lui, Narciso, quando si specchia nello stagno, sappia che quello riflesso sia lui. No. Direi piuttosto di ricordarsi che il narcisista ha innanzitutto una ferita narcisistica, ha il timore di non essere abbastanza bello, vive la perenne ricerca di conferme della sua bellezza che, noi qui, potremmo ribattezzare come “adeguatezza”.

Ve lo confesso, sono sempre timoroso per il fatto di non essere abbastanza adeguato, capace, gradevole per i pazienti. Sono narcisista nella misura in cui ho timore di non piacere e di non piacermi.

Potremmo concederci una parentesi accademica, potremmo dire che questo narcisismo atavico dei terapeuti sia la diretta conseguenza di una carenza di esperienze gemellari, ossia di quei momenti in cui chi ti sta intorno ti vede, ti apprezza, ti elogia… qualcosa del tipo… “ma che bel disegno!” Oppure… “Ma che bella caccona che hai fatto!”

Ma dire questo non ci aiuta troppo, quindi arriviamo al punto, torniamo alla solita storia di Buddha, quella che se lo incontri devi ucciderlo. Si perché ormai lo sappiamo tutti, anche chi non legge questo blog, che ognuno di noi va in giro e proietta le parti di se sugli altri. Sappiamo che quando un tizio ci sta sulle b***e allora significa che non abbiamo un buon rapporto con quella parte di noi. Sappiamo che dire che una persona è bella, br**ta, irritante, arrogante, saccente, timida, paurosa, ansiosa, rigida, di destra o di sinistra, è il modo che abbiamo per parlare con il nostro modo di essere arroganti, fascisti, saccenti ecc. ecc.

Allora uccidere buddha (la minuscola è mia) significa ritirare le proiezioni e riaccogliere il bene e il male del mondo come aspetti psichici che risiedono in noi. Questa è la sintesi della terapia.
Lo so, lo so che lo avevo già detto!

Quello che non ho detto altrettanto spesso è che quando proiettiamo è una cosa, quando ci proiettano è un’altra. Quindi quando mi sento dire che sono arrogante o, che so, ansioso, allora per me è semplice tenermi quel giudizio e, al tempo stesso ricordarmi che si tratta solo di una proiezione di chi mi parla. Invece la cosa diventa faticosa quando quel giudizio contiene dei complimenti.

“Sei bello”; “Sei una bella persona”; “Che bel caccone che hai fatto!”. Ecco, a quel punto mi accorgo che la storia della proiezione tendo a scordarla, mi accorgo che il vecchio adagio che sentivo nel cortile della scuola, quello del “Chi lo dice sa di esserlo!” lo facciamo valere solo con gli insulti, mentre coi complimenti diventiamo dei rapinatori e neghiamo la proiezione.

Arrivando al dunque… in terapia c’è una delle sensazioni che costituisce il termometro più fedele della terapia e dell’anima dei pazienti. Mi riferisco al momento in cui loro, i pazienti, mi proiettano addosso la “Buddhità”, la potenza saggia di chi sa, vede e trova un equilibrio col cosmo che solo gli eletti hanno.

E ci sono alcuni strumenti della terapia che ci fanno sentire così potenti. Ci sono momenti in cui noi terapeuti ci dimentichiamo delle nostre manie e delle nostre penie, momenti in cui pensiamo di essere potenti, di aver fatto la scelta giusta, di saperne di più…

Sentirsi potenti ad esempio capita con tre tipi di strumenti:

-1- I test di personalità, quelli del tipo metti qualche crocetta e ti dirò chi sei
-2- Con la diagnosi, quella del tipo “tu sei un borderline”
😚 Gli elenchi del tipo “tre modi per gestire l’ansia” oppure “tre tipi di strumenti”.

E sia chiaro, ogni professionista fa i suoi test, le sue diagnosi o ha i suoi elenchi di strategie cognitivo-comportamentali. Ma non tutti i professionisti si accorgono che il senso di potenza derivante dall’impiego di questi strumenti, è inversamente proporzionale con il senso di potenza dei pazienti.

Ecco, alla fine ci siamo arrivati, e grazie per chi è giunto fin qui. Allora diciamolo, quella sensazione di potenza del terapeuta è spesso o, alle peggio, sempre connessa a doppio nodo con la sensazione di impotenza dei pazienti.

Lo direi, anzi, ve lo confesso, lo dico agli studenti in psicoterapia “Più vi sentite potenti e meno siete in terapia, e meno siete curativi”.
In realtà quando non sapete che pesci pigliare, quando le emozioni che invadono i pazienti vi invadono, quando vi sentite incommensurabilmente impotenti, allora lì sarete di cura per i pazienti.

Stagnare insieme in quell’impotenza, condividere uno spazio emotivamente dilaniante, trovare il modo per restituire questa esperienza ai pazienti e far fare loro l’esperienza di poter sopravvivere a quell’impotenza, allora li fa sentire potenti. Il teorema di base è quindi qualcosa del tipo “La tua potenza è il veleno dei pazienti e la tua impotenza il loro balsamo”.

Insomma chiudiamola qui, vi devo confessare che in molti sono preoccupati di ritrovare il loro metodo valido sui pazienti. Gli junghiani chiedono silenziosamente ai pazienti di funzionare in modo junghiano, o freudiano, o gestaltico, sistemico, rogersiano, cognitivo, comportamentale, transazionale, psicosintetico, bioenergetico…

Invece un giorno arriva un paziente o una paziente che mette in discussione quel nostro metodo, una paziente che funziona da transazionale o, peggio, da cognitivo comportamentale, mentre voi siete freudiani o, peggio, junghiani. Ecco il terreno franare sotto i vostri piedi, eccovi costretti a dire che avete buttato anni di studio e che i sistemici sono più in gamba di voi con tutta la vostra borsa piena di cultura esoterica.

Non è raro fare questa esperienza in terapia, non è raro incontrare pazienti che richiamano verso gli scogli, dove la nostra ambizione terapeutica si infrange. Ma sappiate che, e mi riferisco ai molti colleghi, come quelli con cui lavoro come supervisore, quegli scogli non sono solo la terra su cui si infrange la nostra potenza, ma anche quella su cui i nostri piedi possono poggiare saldi.

Allora se vi capita, stavolta mi rivolgo ai pazienti, di chiedervi quale sia l’orientamento più efficace, allora vi devo confessare che un bravo terapeuta, ed io lo sono, è quello che sa rinunciare al suo orientamento, è quello che tollera il disorientamento, è quello che ha come obiettivo che il paziente costruisca il suo metodo per stare al mondo.

E se questo significa demolire il mio, e allora così sia perché un bravo terapeuta, sa non essere bravo… ed io lo sono.

Buona terapia

Luca Urbano Blasetti

“Sotto la barba”
Il Romanzo psicoanalitico

👉 https://www.ibs.it/sotto-barba-ebook-luca-urbano-blasetti/e/9791221020960

13/08/2022

“Le risposte sono sempre limitate, provvisorie, insoddisfacenti. Le domande invece sono il vero motore dell'attività mentale: un uomo che non si pone domande, o che si contenta delle risposte, non va molto lontano.”

Piero Angela
Rip🙏

26/02/2022

La nostra solidarietà al popolo ucraino 🏳️‍🌈 🇺🇦

02/11/2021

Sometimes, behind an angry person there is a hurt child, waiting to be discovered.

17/09/2021

Una toccante "nota personale" di Glen Gabbard: "Andrà tutto bene"

Anni dopo la fine del mio training analitico, ho notato che alcuni problemi non adeguatamente esplorati nel corso della mia prima analisi continuavano a tormentarmi.

Per questo, ho deciso di intraprendere una seconda analisi in un’altra sede e con un analista di diverso orientamento.

Questo trattamento è andato avanti per un po’ di tempo e mi sono accorto che il beneficio che ne traevo aveva approfondito la mia comprensione di quei problemi.

Dopo alcuni anni ho sollevato la possibilità di una conclusione dell’analisi. Il mio analista non era né a favore né contro, ma cercò piuttosto di esplorare com’era emersa questa idea dentro di me e quali fossero secondo me i vantaggi e gli svantaggi di questa scelta.

Dopo alcuni giorni dedicati a questa esplorazione, provai un senso d’irritazione per l’analista e glielo comunicai. Ero soddisfatto del nostro lavoro insieme – chiarii – ma sentivo che lui mi stava trattenendo per ragioni sue. L’analista continuò
ad analizzare come al solito, e io iniziai a chiedermi quando mi avrebbe «lasciato andare».

Fece un’osservazione che mi colpì molto. Dopo che gli avevo espresso la mia irritazione, mi disse: «Probabilmente è più facile per lei concludere l’analisi se pensa che io la stia trattenendo invece di lasciarla andare».

Gli chiesi perché lo pensasse. Lui rispose: «Forse per lei è più facile provare rabbia piuttosto che dolore». Gli occhi mi si riempirono di lacrime e mi resi conto che aveva toccato un nervo profondo dentro di me. Non volevo affrontare la parte infantile di me che aveva a che fare con la perdita e la paura di essere solo. Un lontano ricordo affiorò nella mia mente. Quando avevo tre o quattro anni, mia madre mi lasciò in un asilo nido perché doveva tornare a lavorare. Mi disse di non preoccuparmi. «Andrà tutto bene», disse.

Volevo crederle, ma non sapevo cosa rispondere. Alla fine le dissi: «Il tuo cappotto è sbottonato. Lo abbottono io per te». Dopo verlo fatto, le dissi che sarei stato bene. Sentii istintivamente – a quell’età non ero in grado di tradurre questo sentimento in un pensiero – che questo era ciò che voleva sentirsi dire.

Quando se ne andò, trattenni le lacrime in modo che non mi vedesse piangere mentre usciva. Lo ricordo ancora con chiarezza.

Quando tornai alla mia conversazione con il mio analista, riconobbi che la mia indignazione poteva derivare dalla percezione di un suo rifiuto di lasciarmi andare.

Questa postura difensiva e controfobica era un tentativo di aggirare sia il dolore di perderlo sia il processo di lutto associato all’essere senza di lui. Sono cresciuto con forti difese contro qualsiasi bisogno e vulnerabilità.

A posteriori, mi sono reso conto che mia madre non aveva tempo per prendersi cura di me e che quindi avevo finito per adeguarmi alla sua immagine di me come bambino non particolarmente bisognoso di attenzioni. Era chiaro che si trattava di un diniego delle mie esigenze di dipendenza.

Arrabbiarsi e indignarsi perché il mio analista mi stava trattenendo con sé era un modo per evitare di lasciar emergere i miei lati infantili: il desiderio, la dipendenza e la speranza di non dover subire l’abbandono.

Avvicinandomi alla fine dell’analisi con un piede già fuori dalla porta, la mia concettualizzazione consisteva nell’idea che il mio analista mi stava costringendo a restare e che io dovevo lottare per la mia indipendenza. A livello inconscio, mi confortava pensare che
voleva che rimanessi.

Dall'ultimo numero della Rivista di Psicoanalisi (2021, LXVII, 2)

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22/09/2020

Con profondo dolore apprendo la notizia della scomparsa del Dott. Sergio Muscetta, neuropsichiatra e psicanalista. Lascia un gran vuoto ma terrò con me i suoi insegnamenti. Porgo le mie più sentite condoglianze alla sua famiglia.

La figlia Alessandra con Jacopo, Sabina e Massimo, Anna con Domenico, i nipoti Margherita, Marzia, Giulia, Andrea, Alessandro e Lorenzo, la sorella Mara con Sara, Mirella e Erne...

13/07/2020

La crescita psicologica non è solo il risultato della modificazione di contenuti psicologici inconsci; ciò che si aggiunge è il cambiamento del contesto entro cui si compie l'esperienza (la natura del contenimento di contenuti psicologici). Il fantasma inconscio è atemporale e indistruttibile (Freud, 1911 in Precisazioni sui due principi dell'accadere psichico). È perciò fuorviante parlare di eliminazione di un fantasma inconscio se questo significa che il vecchio contenuto è distrutto o rimpiazzato da uno nuovo. Non che il fantasma inconscio venga distrutto o rimpiazzato; ma si tratta piuttosto del fatto che esso viene sperimentato in modo diverso a causa di un cambiamento avvenuto nella matrice psicologica al cui interno esiste.

Il limite primigenio dell'esperienza di T.H. Ogden

A.

Mi associo al cordoglio di molti colleghi per la scomparsa, questa notte, del dott. Phil Bromberg, Psicologo e psicoanal...
19/05/2020

Mi associo al cordoglio di molti colleghi per la scomparsa, questa notte, del dott. Phil Bromberg, Psicologo e psicoanalista statunitense noto per i suoi studi sul trauma, la dissociazione e la disregolazione degli affetti. Psicoanalista profondo, Bromberg ha avuto a cuore quella integrazione tra sapere psicoanalitico e neurobiologia interpersonale che tanti frutti ha prodotto nel campo della comprensione dei fenomeni traumatici interindividuali che, prima di porre in essere aspetti conflittuali della mente rispecchiano piuttosto la salienza di processi profondi e disregolati di ordine psicosomatico e dunque legati a importanti deficit dello sviluppo e integrazione di strutture implicate nella regolazione psichica e corporea. Ricordo qui l'importante trilogia di scritti edita in Italia da Raffaello Cortina Editore che comprende: "Clinica del trauma e della dissociazione", "Destare il sognatore" e "L'ombra dello tsunami".

Bromberg è stato Supervisore e Analista di Training al William Alanson White Institute e Professore Associato di Psycologia Clinica al New York University Postdoctoral Program in Psychotherapy and Psychoanalysis.

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