Osteria del Buonconvento

Osteria del Buonconvento Una esperienza unica da vivere gustando i piatti della migliore tradizione culinaria napoletana ed i
(205)

Ristorante, pizzeria Bar in un ambiente dove cibo e cultura vivono insieme grazie alla grande Sala Tasso, una biblioteca storica che abbraccia i nostri ospiti mentre sono a tavola

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07/10/2026

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ARRIVARE SINO AL MIDOLLO: IL MIO MANIFESTO QUOTIDIANO

Ci sono parole che non si limitano a essere lette: ti entrano dentro, scavano, e danno un nome esatto a quell'inquietudine feconda che ti porti nel petto da sempre.

Ho ritrovato e riletto questo appunto, vergato a mano in un momento di sosta:

«In ogni cosa ho voglia di arrivare

sino alla sostanza.

Nel lavoro, cercando la mia strada,

nel tumulto del cuore.

Sino all'essenza dei giorni passati,

sino alla loro ragione,

sino ai motivi, sino alle radici,

sino al midollo.

Eternamente aggrappandomi al filo

dei destini, degli avvenimenti,

sentire, amare, vivere, pensare,

effettuare scoperte.»

Boris Pasternak

In un'epoca che ci spinge a scivolare distratti sulla superficie — di ciò che facciamo, di ciò che leggiamo, delle relazioni che viviamo —, il vero atto di coraggio è andare a fondo.

Arrivare alla sostanza quando restauri un legno antico per comprenderne la fibra; quando apri una carta d'archivio dimenticata per far riaffiorare una voce dal passato; quando guardi negli occhi una persona senza fretta, cercando l'essenza e non l'apparenza.

Non accontentarsi della scorza. Scavare fino alle radici, fino al midollo, tenendo stretto quel filo sottile che unisce le nostre vite, per il semplice e meraviglioso privilegio di sentire, amare, vivere e pensare.

Forse è questo il segreto: non vivere tanto per fare, ma vivere per scoprire.

Dall'Osteria del Buonconvento
Ristobibliotecamuseo, Sorrento



Il filo è teso, e domani è un altro giorno.

Giancarlo Esposito
Artigiano della materia, ricercatore dello spirito e fiero custode del tempo. Dalle mani che restaurano il legno, alla mente che decifra il mistero... il filo è teso, e domani è un altro giorno.

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04/10/2026

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IL TEMPO MIGLIORE È QUELLO CONDIVISO: GRAZIE DI CUORE A TUTTI!

C’è un momento, nel giorno del proprio compleanno, in cui ci si ferma un istante a ti**re il fiato. Si guarda indietro alla strada percorsa, ai progetti coltivati, alle pagine scritte e a quelle ancora da cominciare.

Tra una corsa e l'altra, capita di temere che il tempo scappi via troppo in fretta. Ma oggi, leggendo la valanga di messaggi, telefonate, pensieri affettuosi e sorrisi che mi avete regalato qui su Facebook, ho capito una cosa semplice: il tempo non si perde quando si trasforma in amicizia sincera, stima reciproca e calore umano.

Avervi intorno — chi di persona a tavola o tra le nostre stanze piene di libri e memorie, chi da lontano attraverso uno schermo — è il dono più prezioso che potessi desiderare. Ogni vostro augurio è un tassello che dà valore e bellezza al cammino.

Grazie davvero, a ciascuno di voi, per aver reso speciale questa giornata con il vostro affetto. Brindo alla vita, alla salute e a tutti noi!

Un abbraccio forte!

Il filo è teso, e domani è un altro giorno.

Giancarlo Esposito
Artigiano della materia, ricercatore dello spirito e fiero custode del tempo. Dalle mani che restaurano il legno, alla mente che decifra il mistero... il filo è teso, e domani è un altro giorno.

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30/09/2026

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LA PAROLA D'UN ASSENTE AD UN ASSENTE: QUANDO SCRIVERE DIVENTA ETERNITÀ

Sfogliando i volumi del nostro archivio capita di imbattersi in libri che sembrano parlarci a tu per tu, oltrepassando un secolo di storia.

È il caso de L'arte dello scrivere di Giovanni Mari, edito nel 1924 da Hoepli a Milano. Non un semplice manuale teorico, ma una straordinaria fucina di pensiero che metteva a confronto i giganti dell'epoca: da Luigi Pirandello a Gabriele D'Annunzio, da Matilde Serao a Benedetto Croce, da Grazia Deledda a Filippo Tommaso Marinetti.

Nel dodicesimo capitolo, intitolato «La tecnica esterna», l'autore si sofferma su una riflessione commovente che tocca da vicino chiunque ami la letteratura:

«Meschino te, o romanziere, il quale non puoi attaccarti troppo a siffatte fonti di suggestione! Il tuo apparato scenico si riduce a povere righe su più poveri fogli...

L'attore ha la voce viva di una Duse o di uno Zacconi, il gesto, l'occhio, le luci dorate e le musiche; ma il magico effetto dello spettacolo dura quanto la rappresentazione.

Se lo scritto è la parola di un assente ad un assente... la parola stampata invece ha possibilità più larghe».

Mentre a teatro l'incanto vive nell'istante effimero della recitazione, il romanziere lavora nell'ombra: depone la propria voce su una pagina nuda, sapendo che verrà raccolta a distanza di giorni, decenni o secoli da uno sconosciuto nel silenzio del suo studiolo.

Scrivere un libro significa proprio questo: affidare il proprio respiro alla fragilità della carta, con la certezza che, quando tutto il resto tacerà, quelle "povere righe" continueranno ancora a parlare.

Un gioiello del 1924 che custodiamo con cura e che ricorda a tutti noi il valore insostituibile dei libri veri.

Ristobibliotecamuseo – Osteria del Buonconvento

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Il filo è teso, e domani è un altro giorno.

Giancarlo Esposito
Artigiano della materia, ricercatore dello spirito e fiero custode del tempo. Dalle mani che restaurano il legno, alla mente che decifra il mistero... il filo è teso, e domani è un altro giorno.

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28/09/2026

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IL TEMPO DEL CORPO E IL TEMPO DELL'ANIMA: TRA FANTASY E SAPIENZA ANTICA

Ci sono giorni in cui ventiquattro ore sembrano appena una manciata di minuti.

Pensavo con un pizzico di rammarico a quanto sia vorace la vita: vorremmo avere tempo per leggere e per scrivere, tempo per lavorare con dedizione, per condividere un tavolo con gli amici, ma soprattutto tempo per fermarci, respirare la natura e contemplare la bellezza di questo mondo che ci circonda — un mondo che spesso si dice malato, ma che resta un prodigio continuo se lo si sa guardare.

Iniziando a leggere Cuore di demone di Jaysea Lynn, tra le pieghe di una storia fantasy emerge una verità cruda: la protagonista combatte contro il limite più severo che l'essere umano conosca, quello del dolore fisico e della malattia che le ruba giorni ed energie. È lì che scatta la riflessione: quanto tempo sprechiamo a rincorrere l'affanno, a lamentarci delle cose superflue, invece di custodire il dono del nostro respiro e della salute?

Viene spontaneo tornare al monito eterno dell'Ecclesiaste:

«Per tutto c’è il suo momento, un tempo per ogni cosa sotto il cielo: un tempo per piantare e un tempo per sradicare... un tempo per tacere e un tempo per parlare.»

Eppure, devo ammetterlo a me stesso prima che agli altri: io sono il primo che dovrebbe imparare a osservare questa regola, e forse non sono nemmeno la persona più adatta a dare lezioni. Finisco sempre per farmi travolgere da mille impegni, carte, progetti e passioni, dimenticando di concedermi quella sosta necessaria. Ma forse la vera saggezza sta proprio in questo: riconoscere le proprie contraddizioni e cercare, giorno dopo giorno, di non perdere la rotta.

Non si tratta di pretendere giornate di quarantotto ore, ma di imparare a dare a ciascun istante il peso che merita. Lavorare con passione, scrivere con sincerità, ma non dimenticare mai di alzare gli occhi al cielo e godersi un raggio di sole sul mare.

E voi, riuscite a trovare il vostro tempo per fermarvi o vi lasciate travolgere, come me, dalla fretta del mondo?

Riflessioni dall'Osteria del Buonconvento – Ristobibliotecamuseo, Sorrento



Il filo è teso, e domani è un altro giorno.

Giancarlo Esposito
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27/09/2026

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27 SETTEMBRE 1943 – 27 SETTEMBRE 2026: 83 ANNI DALLE QUATTRO GIORNATE DI NAPOLI

La scintilla della rivolta nei manifesti originali del nostro archivio

Oggi ricorrono esattamente 83 anni dall'inizio delle leggendarie Quattro Giornate di Napoli (27-30 settembre 1943): la prima grande metropoli europea capace di insorgere a mani n**e e scacciare l'occupante tedesco prima dell'ingresso delle truppe alleate.

Spesso la storia viene ricordata solo attraverso l'eroismo dei vicoli, delle barricate e dei ragazzi come Gennarino Capuozzo. Ma cosa spinse un popolo allo stremo, affamato e ferito dai bombardamenti, a compiere un simile prodigio di riscatto civile e militare?

La risposta è impressa nero su bianco nei documenti originali dell'epoca che conserviamo con devozione nel nostro archivio:

Il Proclama del Colonnello Scholl (Il Roma, 13 settembre 1943): l'annuncio del comando assoluto germanico sulla città, il coprifuoco inflessibile, l'ordine di consegna delle armi e la cupa minaccia di rappresaglia: «Ogni soldato germanico ferito o trucidato verrà rivendicato cento volte».

L'Ordinanza del 23 settembre 1943: l'ordine perentorio di sgomberare entro ventiquattr'ore l'intera fascia litoranea per una profondità di 300 metri — da Mergellina a Chiaia, da Piazza Bovio a Corso Umberto — per costituire una "zona militare di sicurezza", con l'avvertimento che i trasgressori sarebbero stati passati per le armi senza preavviso.

A queste imposizioni si aggiunsero i rastrellamenti forzati di migliaia di giovani da deportare nei campi di lavoro del Reich. Fu lì che la misura colmò il vaso. Il 27 settembre 1943 Napoli disse basta: la disperazione si fece coraggio, i sanpietrini divennero barricate e la dignità sconfisse il terrore.

Custodire queste testimonianze cartacee originali significa non dimenticare mai il prezzo della libertà e il valore della memoria.

Archivio Storico – Ristobibliotecamuseo
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24/09/2026

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L'UOMO CHE DIVENTA UN MECCANISMO AD OROLOGERIA: L'INQUIETANTE PROFEZIA DI GUSTAV MEYRINK

Gustav Meyrink è noto al grande pubblico soprattutto come l'autore de Il Golem, ma in questa raccolta — intitolata Pipistrelli (Fledermäuse) — la sua penna si fa ancora più tagliente, grottesca e visionaria.

Sfogliando le pagine del racconto I quattro fratelli della luna, ci si imbatte in una riflessione folgorante che anticipa di decenni le nostre inquietudini sul dominio della tecnologia e l'alienazione moderna:

«L'uomo, se considerato attentamente, non rappresenta nient'altro che un oggetto compiuto a metà e destinato un giorno a diventare esso stesso un meccanismo a orologeria.

Lo dicono chiaramente certi suoi istinti per niente affatto secondari che si sono abbassati al livello dell'automatismo...

Non meraviglia il fatto che egli veda nelle macchine i suoi veri rampolli ed eredi e il mostriciattolo nella discendenza carnale.»

Meyrink osserva la modernità nascente e ne coglie il feticismo supremo: la macchina trasformata nel nuovo «vitello d'oro», curata e unta con oli preziosi più di quanto non si abbia cura dell'essere umano. Tra dottrine ermetiche, richiami ai Rosacroce e atmosfere allucinate dove persino i corpi biologici rischiano di mutare in mostruosità calcolate (come nel racconto del dottor Paupersum), l'autore praghese ci mette di fronte alla domanda definitiva:

Siamo noi a guidare i nostri strumenti, o stiamo lentamente abdicando alla nostra scintilla vitale per trasformarci nell'ennesimo ingranaggio automatico del sistema?

Un testo del primo Novecento che, letto oggi, suona più contemporaneo di un saggio di attualità.



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23/09/2026

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LO SGUARDO DEL TITANO: LA FORZA DELLA SANGUIGNA DI FRANCESCO JERACE

Nel nostro archivio riemerge un’opera di rara intensità espressiva: un disegno originale a sanguigna su carta avorio, firmato in alto a destra dal maestro Francesco Jerace (1853–1937).

Il volto, catturato in una posa fiera e tormentata, colpisce per la drammaticità del tratto. La folta chioma mossa, la mascella serrata, lo sguardo obliquo che punta oltre l'orizzonte e il collo aperto della camicia richiamano con forza l'iconografia romantica del genio titanico — con ogni probabilità uno studio fisiognomico per l'effigie di Ludwig van Beethoven o il bozzetto preparatorio per un monumento civile.

Non si tratta di una semplice composizione su carta: Jerace ragiona da scultore. Il chiaroscuro è costruito con un fitto reticolo di tratteggi diagonali e sciabolate di fondo che sbalzano i piani del viso come se fossero scolpiti nella creta o nel marmo.

A rendere questo pezzo ancora più prezioso è la sua storia materiale: il retro della cornice d'epoca conserva intatto il sigillo originale in carta con l'etichetta blu araldica di A. Mannajuolo – Doratore, Cornici, Stampe – Napoli, Via Chiaia 211. Una testimonianza tangibile della Napoli nobiliare e d'avanguardia a cavallo tra Otto e Novecento, dove l'opera fu incorniciata e ammirata nel salotto culturale della città.

Un altro tassello della grande arte meridionale che continua a dialogare con le nostre memorie storiche.

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21/09/2026

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30 AGOSTO 1919: IL DIALOGO TRA DUE GIGANTI PER IL MONUMENTO AI CADUTI DI SORRENTO

Ci sono carte d'archivio capaci di restituire non solo la cronaca, ma il respiro concreto del cantiere, l'odore della pietra viva e l'incontro tra due grandi menti del primo Novecento.

Nel nostro archivio riemerge una lettera autografa su due facciate, vergata con inchiostro ferrogallico e datata 30 agosto 1919. La firma in calce è di Francesco Jerace, maestro indiscusso della scultura italiana. Accanto al foglio, la busta postale originale d'epoca, con l'intestazione a stampa dello studio professionale:

«Comm. GIOVANNI BATTISTA COMENCINI – Ingegnere ed Architetto – Piazzetta Ascensione a Chiaia, 6 – Napoli»

Chi era Giovanni Battista Comencini?Nato a Udine nel 1849 e formatosi a Roma, Comencini giunse a Napoli nel 1884 e divenne rapidamente una delle figure cardine della trasformazione urbana partenopea tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento. Fu tra i primissimi a introdurre a Napoli il gusto e l'eleganza del Liberty (suoi i celebri progetti per il Grand Hotel de Londres e per prestigiosi palazzi residenziali a Chiaia e Santa Lucia), ma soprattutto era un maestro dell'ingegneria strutturale applicata alle grandi opere.

Nel 1919, per erigere a picco sul mare di Sorrento un'opera monumentale, Jerace non si affida a un semplice capomastro, ma dialoga da pari a pari con il Commendator Comencini. Lo scultore modella e plasma il gruppo statuario; l'ingegnere-architetto garantisce la statica e la tenuta del basamento sul costone tufaceo.

Ecco la testimonianza diretta di quelle ore cruciali, trascritta fedelmente dalle parole di Jerace:

«Ieri il gruppo si è collocato stabilmente sulla piattaforma di cemento armato! Ò creduto di non toccare affatto il lavoro di cemento e ciò per rispetto alla costruzione. Farò diminuire il travertino nel punto dell'assetto: cioè nella parte interna =.

A che ora potrei trovarvi per prendere con voi gli accordi per dare l'ultima mano al monumento che, se la paternità non m'inganna, mi sembra il solo che meriti tale definizione nell'ambiente dove è collocato. Vi stringo la mano con affetto. F. Jerace»

Dietro queste righe emerge tutta la maestria dell'arte monumentale: la posa del blocco scultoreo sulla soletta strutturale in cemento armato, l'adattamento millimetrico dei conci di travertino scalpellati all'interno per alloggiare l'opera in perfetto equilibrio, e infine l'orgoglio del creatore. Jerace sa bene che quell'opera in marmo e travertino, affacciata sullo scenario unico del Golfo di Napoli e del Vesuvio, sarà l'unica degna di misurarsi con una simile maestosità.

Passeggiare oggi in Piazza della Vittoria e alzare lo sguardo verso il monumento significa ammirare il risultato di quel confronto tra Jerace e Comencini, fissato per sempre su questa carta del 1919.

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20/09/2026

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DAL SEGNO SULLA CARTA ALL'ETERNITÀ DEL MARMO: IL "CHRISTUS" DI FRANCESCO JERACE

Ci sono storie in cui l’arte sacra, la devozione personale e la memoria storica si fondono in un unico, commovente percorso filologico.

Nel nostro archivio riemerge un tesoro di rara suggestione: un disegno preparatorio originale a carboncino, matita e biacca, condotto con un rigore plastico formidabile. È il profilo del Cristo, vibrante di tensione spirituale: il chiaroscuro serrato definisce la barba e la capigliatura mossa, mentre i colpi sapienti di biacca bianca catturano ed esaltano la luce divina. In calce al foglio, una scritta autografa a matita racchiude il senso mistico dell'opera: «Lux!» (Luce, la luce del mondo), con l'annotazione sul passe-partout: «Disegno originale di Francesco Jerace».

Non si tratta di un semplice bozzetto: è lo studio preparatorio originale dal quale il Maestro trasse l'altorilievo in marmo intitolato «CHRISTUS», documentato dalla preziosa foto/cartolina d'epoca che ne immortala la scultura definitiva.

Ma il cerchio si chiude in modo ancora più toccante nel gennaio del 1937, alla scomparsa del grande artista. Per onorare e consegnare all'eternità il Maestro, la famiglia scelse proprio l'immagine marmorea di quel Cristo per stampare il luttino funebre originale:

«Polistena 26 luglio 1853 – Napoli 18 gennaio 1937»

«Nato nella forte terra di Calabria, artista di genio, uomo di carattere che ebbe un'impronta individuale... Chi muore nel bacio del Signore non è morto ma è lontano, le sue opere lo seguiranno in eterno.»

Francesco Jerace (1853–1937) — autore a Sorrento dell'imponente Monumento ai Caduti di Piazza della Vittoria e intimo amico della famiglia Tramontano — vive ancora nella materia viva dei nostri documenti.

Avere oggi, l'uno accanto all'altro, il bozzetto a matita e biacca dove l'idea prese forma per la prima volta, la testimonianza della scultura marmorea compiuta e il ricordino funebre che trasformò quell'opera nell'estremo saluto al Maestro, è un miracolo storico e museale. Un filo d'arte e affetto che attraversa un secolo e non smette di parlare alle nostre anime.

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19/09/2026

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QUANDO UN QUADRO RITROVA LA SUA VOCE DOPO QUASI CENT’ANNI

Ci sono storie che restano sepolte nel buio dei cassetti finché qualcuno non decide con pazienza di rimettere insieme i pezzi.

Guardate con attenzione questo ritratto. È condotto a pastello e sanguigna, con una delicatezza nei lineamenti e una luce nello sguardo che lasciano senza parole. Ritrae una giovane donna elegante: Giulia Tramontano, figlia di don Guglielmo e custode della grande tradizione dell’Imperial Hotel Tramontano di Sorrento.

A dipingerlo fu sua sorella, Lucia Tramontano.

Un semplice passatempo borghese? Tutt'altro: Lucia fu allieva diretta e devota di uno dei massimi maestri dell'arte italiana, Francesco Jerace — lo scultore sommo che ha firmato, tra i suoi capolavori, il Monumento ai Caduti di Sorrento in Piazza della Vittoria.

A confermarlo non è una supposizione, ma una straordinaria lettera autografa ingiallita dal tempo, datata Napoli, 28 luglio 1931, custodita nel nostro archivio. In quelle righe Jerace non scrive con la freddezza di un critico, ma con l’orgoglio paterno del grande maestro verso la sua allieva prediletta:

«...sono apparsi la vostra interessante madonna, ed il ritratto di vostra sorella Giulia, mi son detto: "ti, ài fatta una bella figura con la tua scolara„.»

«I vostri pastello, e la sanguigna sono a vostra disposizione...»

Trovare un'opera d'arte degli anni Trenta è già un'emozione rara.

Ma ritrovare il quadro originale, la testimonianza del legame maestro-allieva, la lettera autografa in cui Jerace loda l'esecuzione citando espressamente tecnica e soggetto («il ritratto di vostra sorella Giulia», «pastello e sanguigna»), e infine il memoriale funebre del 1937 custodito dalla famiglia come una reliquia... questo non è un caso. È un autentico miracolo filologico.

Un cerchio che si chiude a distanza di quasi un secolo nelle sale dell’Osteria del Buonconvento. La memoria di Sorrento non smette di parlare: basta solo saperla ascoltare.

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Indirizzo

Via B. Donnorso, 5
Sorrento
80067

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