16/04/2026
La piadina che mangi era cibo d'emergenza fatto con sarmenti e fave.
Non un piatto tipico. Non una tradizione golosa. Nel 1622, in Romagna, era quello che cucinavi quando non c'era altro — e il canonico Giacomo Antonio Pedroni lo scrisse con precisione chirurgica: "più persone facevano piadine di sarmenti et fave macinati insieme per mangiarle in così gran bisogno."
Per capire dove nasce davvero, però, bisogna tornare al 1371.
Quell'anno il cardinale Anglico de Grimoard redige la Descriptio Romandiolae — un documento ufficiale sul territorio romagnolo. Non è una ricetta. Non è un elogio culinario. È un registro: i villaggi del contado pagavano le "piade" come tributo annuo alla Camera Apostolica. La piadina, alla sua prima apparizione scritta nella storia, era una tassa.
E poi c'è la questione degli ingredienti.
Per secoli, la farina di grano era un lusso che la Romagna contadina non poteva sempre permettersi. Orzo, legumi secchi, quello che c'era — l'impasto cambiava a seconda dell'annata. La forma restava quella piatta, cotta sulla pietra. Il contenuto dipendeva dalla miseria del momento.
Aspetta: nel 1891, Pellegrino Artusi pubblica il manuale che codifica la cucina italiana borghese. È forlivese — nato in Romagna. Conosce bene queste terre. Eppure la piadina non compare da nessuna parte nel suo libro. Nemmeno una riga.
Forse perché era troppo povera per meritare una ricetta. Forse perché era talmente ovvia da non richiedere spiegazioni. O forse perché, in quel momento, il simbolo del cibo romagnolo era ancora troppo legato alla sopravvivenza per entrare in un ricettario da salotto.
Oggi è IGP, è street food, è prosciutto e squacquerone serviti in carta oleata lungo la Riviera.
Ma la piadina ha cominciato la sua storia scritta come voce in un registro delle imposte medievali — e il suo secondo capitolo documentato la racconta come cibo di chi non aveva più niente da mettere nel piatto.
In breve:
Nel 1622 la piadina era cibo d'emergenza fatto con sarmenti di vite e fave macinate
La prima menzione scritta nel 1371 è un registro fiscale: le 'piade' erano un tributo che i villaggi pagavano alla Chiesa
Artusi, romagnolo, nel 1891 ignorò completamente la piadina nel suo manuale di cucina italiana