Caffè Roma Sanremo

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18/06/2026

Renzo Piano: "Ero un ragazzaccio. Nel ‘71 con il Beaubourg cambiai l’idea di museo"

di FEDERICO PACE

Attingere alla realtà delle cose. Scendere dentro la miniera più autentica. Ascoltare ciò che accade intorno. Ciò che di più vero abbiamo dentro. Anche a questo serve l'estate. Renzo Piano aveva trentatré anni e nel 1971 viveva a Londra, a Hampstead. Era beat: libertà e ribellione per trovare sé stessi. Lontano dall'accademia e dentro la società. Si apprestava a dare vita a Beaubourg, la macchina colorata che ancora palpita, vivissima, a Parigi.

Architetto come ricorda quell'estate?
"Eravamo ragazzacci e avevamo una specie di confusa ma lucida sensazione che qualcosa doveva cambiare".

Lei e Richard Rogers, amici di una vita, avevate uno studio su Aybrook Street. Come lo aveva conosciuto?
"Nel 1968 ero a Londra per una piccola mostra sui miei lavori sperimentali quando un medico che conoscevo passò di lì e mi chiese di accompagnarlo da un architetto inglese che aveva la rosolia. Era Richard".

Cosa vi legò?
"Richard era italiano, i genitori fuggiti dall'Italia quando vennero approvate le leggi razziali. È scattato qualcosa di molto bello che aveva a che fare con le affinità, con il modo di concepire il mestiere di architetto e la sua nobiltà, con l'ancoraggio alla realtà delle cose".

Lei insegnava all'Architectural Association School, la scuola dei "ribelli". Come erano le lezioni?
"Alle dieci del mattino prendevo i miei ragazzi, attraversavo la strada in Bedford Square Garden e entravamo nel parco armati di chiodi, viti e pezzi di legno. Il compito era costruire qualcosa che si potesse realizzare e demolire entro le diciassette. Andavamo via quando il parco chiudeva".

Poi a un certo punto veniste a sapere del concorso. Come capitò?
"Venne in ufficio Peter Rice, un ingegnere straordinario del grande studio Ove Arup & Partners. Ci offrirono un po' di soldi per partecipare. Quando hai quell'età lì, e un ufficio piccolo, anche qualche migliaio di sterline va bene".

Dapprima foste incerti, il concorso sembrava magniloquente, un museo per la cultura a Parigi voluto da Pompidou. Poi scopriste che in giuria, diretta da Jean Prouvé, c'erano figure autorevoli come Oscar Niemeyer. Cosa faceste?
"Io e Richard ci buttammo nell'avventura. Pensammo che la cosa giusta fosse rifiutare l'intimidazione tipica dei musei come luoghi privilegiati per persone colte. A noi da ribelli, ma non incolti, piaceva l'idea di aprire le porte e creare un luogo che sostituisse la curiosità all'intimidazione. Costruire una macchina, non un edificio. Cinque piazze sovrapposte, una sopra all'altra. Più una fuori, da dove si osservava la vita in movimento. Di tutti i progetti, il nostro era l'unico con una piazza".

Chi inviò la candidatura?
"Una ragazza del nostro studio, all'ufficio postale mezz'ora prima della chiusura. L'impiegato disse però che non poteva spedire il rotolo perché troppo lungo".

E cosa successe?
"Janet era intelligente. Si fece dare un coltellaccio, tagliò cinque centimetri e lo rimise dentro. All'impiegato non rimase che spedirlo".

Dal concorso non vi aspettavate nulla. Faceste la vita di sempre. Cosa le piaceva di Londra?
"I parchi. Andavo spesso ai Kew Gardens con i ragazzini. C'era questa meraviglia della serra, le palme. Un esperimento straordinario. Mi piaceva anche Richmond Park".

E la musica?
"Con i bambini sulle spalle andavamo di venerdì alle Proms, le Promenades, i concerti gratuiti per strada o nelle sale. Rigorosamente in piedi. Duravano mezz'ora. Per noi la cultura era quella lì".

Poi, alla fine di giugno, arrivò una telefonata?
"È così. E fu un colpo".

Perché?
"La persona, dall'altra parte, parlava in francese e io con un francese scolastico non capivo. Continuava a ripetermi "vous êtes lauréat". Per me lauréat voleva dire laureato. Certo che ero laureato, rispondevo. La signora impiegò quattordici minuti a farmi capire che avevamo vinto".

E cosa avvenne dopo?
"Ci fu chi provò a dire, va bene, questa è l'idea, adesso ce ne occupiamo noi. Figurarsi, noi eravamo delle bestie, e rispondemmo: a questo punto invece lo costruiamo noi".

Così fu. Il 19 luglio eravate a Parigi al Grand Palais a presentare il progetto.
"Fu un'estate molto calda. C'era da partire con il progetto e a quell'età, per noi, costruire un sistema di lavoro, non voleva dire prendere accordi, ma raccogliere attorno amici e persone fidate. Cominciammo a chiamare e componemmo una banda di giovani".

Vi fermaste mai?
"L'unica pausa che ricordo furono quattro giorni con mia moglie a Egina, un'isola greca".

E questa estate?
"Per me sono tutte speciali, anche questa tra i monti in mezzo ai boschi del Vallese svizzero. Con l'eccesso di informazione e il superfluo da cui siamo sopraffatti, c'è bisogno di silenzio e solitudine. Tutte le estati sono un momento da dedicare a liberarsi di ciò che è superfluo. Anche dentro di sé".

Avvicinarsi a sé stessi. Anche quell'estate così turbinosa l'avvicinò davvero a sé stesso.
"È così".

Allora lei e Rogers incontraste il presidente Pompidou. Vi chiese se vi rendevate conto che stavate per costruire qualcosa che sarebbe durato cinquecento anni. Come reagiste?
"Non ci spaventammo. A quell'età si è vagamente irresponsabili. D'altronde, ci domandammo, perché solo cinquecento?".

I tempi dell'architettura.
"Luciano Berio, amico fraterno, mi diceva sempre che la musica, come l'architettura, vive di tempi lunghi. Come le foreste, come i fiumi, come le montagne. Facciamo questa scommessa con lei: questo edificio tra cinquecento anni sarà ancora lì".



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18/06/2026

«Ogni giorno, ogni mattino, ogni sera, ogni notte, ogni alba, Erik Satie percorreva a piedi oltre dieci chilometri per raggiungere Parigi. Poi tornava indietro. Fatte le scalette e uscito dallo stretto arco del portone, la prima tappa di quel suo andare da funambolo era Chez Tulard, un caffè non lontano dalla sua stanza al secondo piano. Verso le undici del mattino lí scriveva alcune note, cominciava ad appuntare i primi pensieri di musica. Beveva, fumava. Parlava con qualcuno al tavolino accanto. «Fumi, amico mio, – venne ritrovato scritto in uno dei suoi preziosi foglietti di carta. – Se no, un altro fumerà al suo posto». La curiosità incessante. Il senso dell’umorismo che non lo lasciava quasi mai. La leggerezza, il passo sul filo. Solo allora, solo dopo aver toccato quella prima tappa, proseguiva verso Parigi.
Preferiva le giornate grigie, senza sole, con appena un po’ di luce opalescente. Odiava il sole. Molto meglio la pioggia. Ne doveva amare il ritmo, ne doveva intuire, meglio di chiunque altro, la segreta armonia. Della melodia, diceva che era l’Idea, il contorno, nonché la forma e la materia di un’opera. Ma era l’armonia, invece, il modo di illuminare, di presentare il soggetto, il suo riflesso. La pioggia, l’armonia che illuminava le sue idee. Gli ombrelli che portava con sé, i piccoli strumenti di difesa da equilibrista».

(Federico Pace, Controvento, Einaudi)

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Nel libro Controvento di Federico Pace, pubblicato da Einaudi, la storia dei viaggi a piedi di Erik Satie da Arcueil a Parigi. Insieme a altre incredibili storie.

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18/06/2026

Un'amata star di Ratatouille ha detto la sua sul potenziale sequel dell'amatissimo film premio Oscar Pixar

18/06/2026

Un’orango orfana ha osservato a lungo i suoi custodi umani e poi li ha imitati: è entrata in bagno, ha preso un secchiello e si è fatta una doccia tutta da sola. Un gesto che racconta molto della straordinaria intelligenza di questi primati. https://kodmi.it/mOMIn

18/06/2026

Si chiamava Piombo.
Un nome che oggi fa ancora più male leggere.
Perché quando i veterinari hanno eseguito la TAC sul suo piccolo corpo hanno scoperto una verità agghiacciante.
Non era la prima volta che qualcuno gli faceva del male.
Dentro di lui c'erano già tantissimi vecchi pallini. Ferite antiche. Segni di una sofferenza che aveva accompagnato questo cane per chissà quanto tempo.

Poi sono arrivati i colpi più recenti. Quelli che gli hanno tolto ogni possibilità di sopravvivere. Piombo era stato recuperato pochi giorni fa in condizioni disperate.
Agon*zzante.
Con una ferita gravissima alla testa.
Da quel momento è iniziata una corsa contro il tempo.

Veterinari, volontari e tante persone hanno sperato nel miracolo.
Hanno pregato. Hanno lottato. Hanno creduto che ce l'avrebbe fatta.
Ma il suo corpo aveva subito troppo.

A dare la triste notizia è stato il team della Clinica Duemari: "Non siamo riusciti a fare niente per lui... il trauma encefalico non gli ha lasciato scampo... addio Piombo."
E ancora: "Abbiamo sperato di vederti risorgere."

Parole che raccontano tutta la tristezza di chi ogni giorno prova a salvare animali vittime della crudeltà umana.
Perché Piombo non è morto soltanto per un colpo.
È morto dopo una vita segnata dalla violenza.

Una vita in cui qualcuno lo aveva trasformato in un bersaglio.

Eppure, nella tragedia, resta una piccola luce. Negli ultimi giorni della sua esistenza ha conosciuto qualcosa che forse non aveva mai avuto davvero.
L'amore.
Le carezze.
La protezione.

Persone che hanno cercato di salvarlo senza chiedere nulla in cambio.
Persone che gli hanno fatto capire che non tutti gli esseri umani sono capaci di fare del male.
Forse non è bastato a salvargli la vita.
Ma è bastato a fargli conoscere, almeno per un momento, il lato migliore dell'umanità.

Ciao Piombo 🐾💔

Perdonaci per non essere arrivati prima.
E grazie per aver continuato a fidarti di noi nonostante tutto.

18/06/2026

"Amo i bambini e amo i vecchi di cui faccio indomitamente parte. Sono tutti quelli che ci sono in mezzo che mi lasciano sbigottita. Pochissimi sanno essere vecchi. È un talento anche quello. E ce n’è così poco in giro. La dignità di una senilità nei tratti somatici e nei modi si sta perdendo inesorabilmente. E ripeto: pochissimi sanno essere vecchi e ancora meno sono quei pochi che, per pudore, non esprimono la reale gioia di vivere che ogni mattina li sorprende. Fortunati mortali. Sono quelli che sanno chi sono e si comportano, si vestono e agiscono secondo biologia, disdegnando i ritocchi alla faccia e all’anima."
Mina Mazzini

❤️🎶
lolló

18/06/2026

La Costa Rica compie un passo storico per la tutela della fauna selvatica, chiudendo gli ultimi zoo statali e trasferendo gli animali in santuari e centri specializzati. L’obiettivo è garantire condizioni di vita più rispettose delle loro esigenze naturali, favorendo il recupero e, quando possibile, il ritorno in libertà. Una scelta che rafforza l’impegno del Paese per la biodiversità e il benessere animale, lanciando un messaggio chiaro: gli animali selvatici meritano protezione, non una vita dietro le sbarre. Un esempio che potrebbe ispirare molte altre nazioni nel mondo.

18/06/2026

Indirizzo

Via Roma, 127
San Remo
18038

Orario di apertura

Lunedì 08:00 - 21:00
Martedì 09:00 - 21:00
Mercoledì 08:00 - 21:00
Giovedì 08:00 - 21:00
Venerdì 08:00 - 21:00
Sabato 08:00 - 21:00
Domenica 08:00 - 21:00

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