UMA ULAFI

UMA ULAFI Siamo il Concept che vi condurrà alla scoperta delle Identità Gastronomiche Afro Caraibiche

20/08/2026

Lo sapevate che era una donna???
Carmen Stevens è la prima donna nera — e la prima persona nera — a diplomarsi in enologia in Sudafrica.

Nel 1995, a Elsenburg, ha fatto la storia. L’apartheid era appena caduto. Lei no.
Cresciuta a Belhar, nei Cape Flats, si è innamorata del vino leggendo romanzi. Voleva quella bellezza. Voleva quella libertà.
Ha fatto domanda tre volte. Due rifiuti per il colore della pelle. Al terzo tentativo ha minacciato di andare ai giornali. L’hanno ammessa.
Il secondo anno è stato insopportabile. Il razzismo era ovunque. Sua madre le ha detto: “Fai i bagagli o vengo io a farli”. Lei è rimasta.
Nel 1995 si è diplomata. Prima enologa nera del Sudafrica. Poi ha lavorato per grandi cantine: Distell, Welmoed, Amani.
Nel 2011 ha fondato Carmen Stevens Wines. Nel 2019 ha registrato la prima cantina 100% black-owned e woman-owned di Stellenbosch.
I suoi vini volano. Winemaker of the Decade nel Regno Unito. Imprenditrice dell’anno in Sudafrica. Medaglia 1659 per la leadership visionaria — lo stesso premio dato a Nelson Mandela.
Petrichor, Carménère, Merlot. Doppio Oro, 92 punti Tim Atkin, Top 10 Merlot per tre annate consecutive. Qualità senza compromessi.
Sull’etichetta c’è una tigre. L’ha dipinta sua figlia Caitlin a sei anni. Dentro si nascondono tre figure. È la sua famiglia. È il suo segno.
Con la sua fondazione nutre ogni giorno più di 25.000 bambini in 125 scuole del Western Cape. Milioni di pasti. Perché un bambino affamato non può imparare.
Oggi ha comprato la sua terra a Stellenbosch. Sta piantando il suo Carménère. Dalla visione alle vigne. Un lascito.
Carmen Stevens non ha chiesto il permesso. Ha fatto il vino. Ha fatto la storia. Ha nutrito i bambini. Ha aperto la strada.

Questa è l’Africa che UMA ULAFI racconta: identità, eccellenza, resistenza e bellezza.

Non è un’innovazione.È una memoria.Prima che arrivasse la plastica — derivata dal petrolio, prodotta lontano e spesso im...
16/08/2026

Non è un’innovazione.
È una memoria.

Prima che arrivasse la plastica — derivata dal petrolio, prodotta lontano e spesso importata — in molte regioni d’Africa si usavano le foglie. Foglie di banano e di plantain (Musa sapientum e Musa paradisiaca), foglie di teak (Tectona grandis), di Thalia geniculata, di manioca, di mais, e decine di altre piante non tossiche. Servivano a cucinare, a avvolgere, a servire e a conservare.

In Ghana il Fante kenkey — pasta di mais fermentata — viene ancora tradizionalmente avvolto in foglie di plantain prima di essere cotto a vapore. Le autorità sanitarie del paese stesso hanno messo in guardia contro l’uso del polietilene (la plastica) per questo scopo: quando si scalda rilascia sostanze chimiche, mentre le foglie non lo fanno e conferiscono aroma. In Nigeria il moi moi (budino di fagioli speziato) viene cotto avvolto nelle foglie di banano. In Uganda esiste il luwombo, stufato cucinato e servito dentro foglie di banano. In Camerun l’ekwang usa foglie di plantain. In Benin studi sul campo hanno censito oltre cinquanta specie di foglie utilizzate per confezionare quasi trenta tipi di cibi diversi: paste di mais, torte di arachidi, pesce affumicato, cassava, verdure, carne. Anche piccole porzioni di arachidi, mango tagliato o altri alimenti da mercato venivano (e in molti luoghi vengono ancora) avvolte o servite su foglie.
Questa non è una moda recente. È una pratica ancestrale, documentata come continua e culturalmente radicata in gran parte dell’Africa tropicale e subtropicale. Le foglie non erano solo “imballaggio”: proteggevano, aromatizzavano, erano biodegradabili, disponibili localmente e, in molti casi, avevano proprietà antimicrobiche riconosciute dalla tradizione.
Oggi, però, gran parte del continente è sommersa dalla plastica.
L’Africa produce una frazione minima della plastica mondiale. La stragrande maggioranza di polimeri, prodotti finiti e imballaggi arriva dall’esterno: studi che hanno analizzato i flussi tra il 1990 e il 2017 stimano che siano entrati nel continente circa 230 milioni di tonnellate di plastica (polimeri primari + prodotti + componenti contenuti in merci).

23/07/2026

L'appropriazione culturale e il ruolo storico delle donne nere nella ristorazione:
​Per secoli, le donne afro-discendenti hanno guidato le cucine di mezze famiglie e ristoranti nel mondo, inventando tecniche e bilanciando sapori straordinari.
​Eppure, la storia ha spesso cancellato i loro nomi, bollando la loro maestria come "semplice cibo di casa" o "servizio", mentre altri si prendevano la fama.
​La cucina afro non è un trend moderno: è la spina dorsale di molte gastronomie globali. È ora che il mondo smetta di consumarli senza riconoscerne la storia.
゚viralシfypシ゚

16/07/2026

Sempre piu si vedono
Chef ed esperti del settore
Gastronomico di origini
Afro caraibico.
L'originalità è ognuno ricorda suo paese con la sua cucina. La cucina africana non esiste ed è un espressione inutile ma esistono le cucine africane.
❤️💞❤️

Qui a UMA ULAFI crediamo che le persone vengano prima di ogni cosa. Siamo noi esseri umani a creare le comunità. Senza g...
28/06/2026

Qui a UMA ULAFI crediamo che le persone vengano prima di ogni cosa. Siamo noi esseri umani a creare le comunità. Senza gli esseri umani i ristoranti non esisterebbero, la terra non verrebbe custodita! Tutto parte da noi.

Indirizzo

Milan

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 17:00
Martedì 09:00 - 17:00
Mercoledì 09:00 - 17:00
Giovedì 09:00 - 17:00
Venerdì 09:00 - 17:00

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