Casa Diocesana di Lucca

Casa Diocesana di Lucca Pagina ufficiale della Comunità de "IL LIEVITO". Casa Diocesana mons. E.

Bartoletti di Arliano Lucca, per l'accoglienza e la ricreazione delle persone e per ogni occasione.

03/10/2026

Buongiorno
Sabato 3 Ottobre
S. Gerardo di Brogne; S. Candida; S. Dionigi l’Areopagita
26.a del T. O.
Gb42,1-3.5-6.12-16; Sal 118; Lc 10,17-24
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In quel tempo, i settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli». In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo». E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».
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Che meraviglia! Che gioia!

Gesù gioisce dei suoi discepoli, si entusiasma del loro entusiasmo; li ha responsabilizzati, ha chiesto loro di farcela da soli, di portare la Buona Notizia e hanno visto la tenebra arretrare, non hanno avuto paura, hanno osato e ora tornano col cuore colmo.

Esiste la tenebra, il maligno, lavora, agisce, ma non ci fa paura perché abbiamo l’uomo forte che sta alla porta del nostro cuore e i demoni si sottomettono a noi.

Dio gioisce di noi, non è geloso della nostra gioia. E ci responsabilizza perché si fida di noi, perché vede le nostre potenzialità molto più di quanto noi stessi le vediamo.

Il nostro è un Dio adulto, compiuto, centrato che ama senza soffocare, senza ricattare, senza mortificare, un Dio felice che ci vuole felici, che non ce l’ha con me, ma che, libero e sorridente, mi affida un compito importante.

E Gesù ci ricorda: belli i risultati, bello vedere i cuori toccati dalla Parola, bello vedere i demoni cadere dal cielo come folgori, ma più di ogni altra cosa è bello sapere che siamo preziosi agli occhi di Dio, amati senza condizioni, e che siamo conosciuti (il nome, nella Bibbia, indica l’identità profonda della persona!).

Gesù gioisce di noi e gioisce del Padre perché rimane spiazzato e sorpreso dalla sua logica. Si aspettava che fossero i teologi e i devoti dell’epoca, i sacerdoti e gli operatori pastorali ad accorgersi della sua presenza, a convertire il proprio cuore.

E invece non è così, sono gli inattesi a convertirsi, i piccoli, i dimenticati, gli emarginati ad accorgersi del Regno che avanza.

Dio riesce a spiazzare tutti, sempre, a superare le nostre logiche, anche quelle pastorali, anche quelle santamente abituali. Viene e spiazza, viene e colma i cuori quando meno ce lo aspettiamo, di chi meno ci aspettiamo.

Così è il nostro Dio, senza misura, senza limiti.

02/10/2026

Buongiorno
Venerdì 2 Ottobre
SS. ANGELI CUSTODI (m); B. Antonio Chevrier; S. Eleuterio
26.a del T. O.
Es 23,20-23a; Sal 90; Mt 18,1-5.10
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In quel momento i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è più grande nel regno dei cieli?». Allora chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità io vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglierà un solo bambino come questo nel mio nome, accoglie me. Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli».
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Pochi giorni fa abbiamo celebrato la festa dei santi arcangeli, questi super-angeli che la tradizione ebraica e quella cristiana riconoscono e venerano.

Puri spiriti creati da Dio, stanno al suo cospetto per servirlo e sostenere la sua missione d’amore.

Oggi, diremmo scherzando, non celebriamo i generali ma i soldati semplici, gli angeli custodi di cui parla anche Gesù (quindi direi di fidarci).

Come cristiani crediamo che ognuno di noi è affidato a un angelo particolare, un rapporto di uno a uno, una sorta si discreto tutoraggio alla vita.

Sempre e solo in una logica d’amore, di compassione, di attenzione e di libertà.

Gli angeli non sono dei cornetti portafortuna, non sono degli agenti di assicurazione sulla vita, sono fratelli, puri spiriti, che accompagnano senza imporre e che possiamo pregare e ringraziare.

Impariamo a pregare e invocare gli angeli custodi nei momenti di necessità, di fatica, di conversione, per sostenere le nostre scelte, per non scoraggiarci, per non disperarci.

Preghiamo l’angelo custode della persona con cui dobbiamo chiarire una situazione sgradevole, del consorte con cui abbiamo litigato, perché i nostri angeli si mettano d’accordo, agevolino la riconciliazione, plachino gli animi.

A molti parrà una visione ingenua e infantile della realtà, ma chi entra nella logica dello spirito e di Dio sa bene che queste cose accadono continuamente e l’angelo custode che ci è donato lavora ed agisce. Se lo lasciamo agire.

Perché se manco ci accorgiamo della sua presenza se ne sta tranquillo, lasciandoci sbrogliare (e sbagliare).

Non solo: anche le nazioni hanno i loro angeli, nella tradizione rabbinica nella corte celeste sono rappresentati tutti i popoli allora conosciuti, settanta, che interagiscono con Dio.

Ringraziamo il Signore per questo simpatico e importante regalo e lasciamo che gli angeli facciano il loro lavoro, pregandoli nella quotidianità, con lo sguardo rivolto alle cose invisibili.

Sono amici fidati, fidatevi.

01/10/2026

Buongiorno
Giovedì 1 Ottobre
S. Teresa di Gesù Bambino (m); B. Luigi Maria Monti
26.a del T. O.
Gb 19,21-27b; Sal 26; Lc 10,1-12
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In quel tempo, il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe perché mandi operai per la sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!” Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sodoma sarà trattata meno duramente di quella città”.
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Gesù invia a predicare i settantadue discepoli, un gruppo distinto da quello dei Dodici Apostoli. Si tratta qui di un gruppo di discepoli scelti tra quelli che seguivano il Signore, e che dovranno anch’essi esercitare un loro apostolato. Tra i loro compiti, vi è quello di portare la pace di Cristo alle famiglie che visiteranno, di curare i malati e soprattutto di annunziare il Regno di Dio. Poiché sono inviati del Signore, devono essere accolti in quanto tali. Gesù è molto esplicito sulla sorte che toccherà a chi dovesse rifiutare di accogliere questi primi evangelizzatori.

Il brano del Vangelo che ci viene proposto dall’odierna liturgia sembra a prima vista poco adatto alla memoria liturgica di santa Teresa del Bambino Gesù. Il Vangelo, infatti, ci parla dei primi missionari scelti da Cristo perché andassero in giro a predicare la buona notizia, mentre santa Teresa ha vissuto la sua vocazione cristiana all’interno di un convento di clausura, senza mai lasciare il dolce chiostro. Eppure le cose non stanno come sembrano. Il brano del Vangelo odierno è molto appropriato a questa memoria liturgica, perché santa Teresa offrì tutta la sua vita di consacrazione proprio per le missioni e in particolare per alcuni missionari. Fisicamente non si mosse mai dal suo convento, eppure la sua offerta d’amore raggiunse luoghi lontanissimi, perché fatta a Cristo con cuore puro ed amore ardente. La sua non fu la missione ad gentes; ella non portò il Vangelo sino ai confini della terra, ma meritò grazie per i missionari, vivendo il Vangelo lì dove il Signore l’aveva chiamata a vivere ed operare. Questo ci insegna che la vocazione missionaria è universale. Il mese di ottobre è il mese missionario per eccellenza. In questo mese, ognuno di noi, qualunque sia la sua vocazione particolare, può e deve rinverdire il proprio zelo missionario. Se il Signore non ci ha chiamato, come i settantadue discepoli, a predicare il Regno in terre lontane, Egli tuttavia ci chiama a predicare e a vivere il Vangelo lì dove siamo ed operiamo, lì dove Lui ci ha voluto nel suo piano misterioso di predestinazione. La missione è li dove il Signore ci porta.

30/09/2026

Buongiorno
Mercoledì 30 Settembre 2026
S. Girolamo; S. Francesco Borgia; B. Felicia Meda
26.a del T. O.
Gb 9,1-12.14-16; Sal 87; Lc 9,57-62
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In quel tempo, mentre camminavano per la strada, un tale disse a Gesù: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio». Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio».
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Alcune persone incontrano Gesù e desiderano seguirlo. Ma, ogni volta, emerge un “però”: prima lasciami fare questo, prima lasciami sistemare quest’altro. Gesù non vuole essere duro: ci ricorda semplicemente che seguirlo significa scegliere ciò che conta davvero, senza continuare a rimandare.

Anche nella nostra vita quotidiana capita spesso di dire: “Lo farò, ma più avanti.”
Più avanti avrò più tempo per pregare. Più avanti sarò più disponibile per gli altri. Più avanti sistemerò quel rapporto. Più avanti troverò il coraggio di cambiare qualcosa.

Ma la vita ci insegna che il momento migliore per fare il bene è spesso oggi.
Seguire Gesù non significa necessariamente fare grandi cose. Significa vivere con un cuore più attento nelle situazioni di ogni giorno: avere una parola buona invece di una critica, chiedere perdono invece di restare nel proprio orgoglio, dedicare tempo a chi è solo, fare bene il proprio dovere anche quando nessuno ci vede.

Gesù ci invita a non vivere sempre con lo sguardo rivolto indietro, ai nostri fallimenti o a ciò che avremmo voluto fare. Ci invita a guardare avanti e a fidarci di Lui.

Forse oggi non possiamo cambiare tutto. Ma possiamo fare un piccolo passo.
Una telefonata, un gesto di gentilezza, qualche minuto di preghiera, una scelta fatta con più amore.
La domanda allora non è: “Quando comincerò a seguire davvero Gesù?”
Ma: “Qual è il piccolo passo che posso fare oggi?”

29/09/2026

Buongiorno
Martedì 29 Settembre 2026
Ss. Michele, Gabriele e Raffaele arcangeli (f); S. Ciriaco
26.a del T. O.
Dn 7,9-10.13-14 opp. Ap 12,7-12a; Sal 137; Gv 1,47-51
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In quel tempo, Gesù, visto Natanaele che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaele gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi».Gli replicò Natanaele: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!». Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».
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Quando pensiamo agli angeli viene da pensare a qualcosa che sia, quasi per incanto, esente dalla fatica di vivere ed estraneo alla nostra umana esperienza di lotta. Tutti noi conosciamo almeno la lotta nella vita, mentre non pochi devono, ogni giorno, misurarsi duramente anche nella lotta per la vita. Il testo dell’Apocalisse scelto per accompagnare la nostra meditazione in questa festa ci consola e ci orienta:

«Scoppiò una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago» (Ap 12,7).

Gli angeli e in modo del tutto particolare gli arcangeli, di cui oggi facciamo memoria, sono radicalmente coinvolti nelle nostre lotte. Michele, Gabriele e Raffaele possono essere definiti come una sorta di “trinità angelica” che si pone al nostro fianco di uomini e donne perché sappiamo portare avanti con coraggio e decisione il nostro combattimento spirituale, per essere all’altezza della nostra umanità. Certamente l’arcangelo Michele, spesso rappresentato con la sua corazza, il suo scudo e la sua spada, ci fa subito pensare alla sua protezione nella guerra contro tutto ciò che può indebolire, fino a spezzare, la nostra duplice fedeltà al mistero di Dio e alla realtà umana di cui siamo impastati e con cui siamo chiamati a entrare in relazione continuamente nella nostra vita quotidiana. In una parola, nella lotta contro il male.
In realtà, anche l’arcangelo Gabriele ci aiuta nella lotta. Si tratta in questo caso del combattimento, non meno impegnativo, del discernimento e della decisione libera e responsabile, che non esige di certo meno forza. Ricordiamo bene il ruolo di Gabriele nel momento dell’annunciazione a Maria nella semplice casa di Nazaret, come pure in quello dell’annunciazione a Zaccaria nella cornice più sacra del tempio. In ambedue i casi, Gabriele porta un annuncio di vitalità che esige riflessione prima di trasformarsi in libero consenso per Maria e in una sofferta attesa per Zaccaria. Ogni volta che ci capita un evento così atteso da non essere più sperato, come per i genitori del Battista, oppure così imprevisto da turbare profondamente il cuore della giovane fidanzata di Giuseppe, abbiamo bisogno di essere forti per combattere contro la tentazione di far prevalere la rassegnazione e la tendenza a rimanere attaccati ai nostri sogni e ai nostri progetti, come avrebbe potuto fare Maria.
Così pure l’arcangelo Raffaele, presente nel cammino tracciato nel libro di Tobia, ci è accanto ogni volta in cui ci rendiamo conto di dover intraprendere un cammino di guarigione. Nessuno è sano come un pesce sia nel corpo che nell’anima. Talora le malattie del corpo sono la somatizzazione dei disagi dell’anima, come pure i tormenti dell’anima creano delle disarmonie che fanno ammalare il corpo. Contro la paura di vivere in pienezza e contro ogni forma di cecità sulla complessa bellezza del viaggio della vita, siamo sostenuti e guidati per essere vittoriosi nella lotta. Questa immagine così battagliera fa cadere tutte le sdolcinature e le inutili dorature con cui ci immaginiamo gli angeli di Dio. Il loro ruolo è proprio quello di aiutarci, sostenerci e guidarci nel combattimento spirituale che si oppone al compimento del mistero dell’incarnazione nella nostra vita. La parola del Signore Gesù che conclude il vangelo scelto per questa festa ci ricorda il mistero della scala che continuamente mette in relazione la vita di Dio con la vita dell’uomo:

«In verità, in verità vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo» (Gv 1,51).

27/09/2026

Buongiorno e buona Domenica 27 Settembre 2026
S. Vincenzo de’ Paoli (m); S. Bonfìlio; S. Caio
26.a del T. O. (A)
Ez 18,25-28; Sal 24; Fil 2,1-11; Mt 21,28-32
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In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: “Il primo”. E Gesù disse loro: “In verità io vi dico: i pubblicani e le pr******te vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le pr******te invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli”.
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Un uomo aveva due figli! E si potrebbe tradurre: un uomo aveva due cuori.

Ogni uomo racchiude in sé questo cuore diviso, una parte che dice “sì” e una che dice “no”. Come confessa Paolo: non riesco a capire me stesso, non faccio il bene che vorrei ma il male che non voglio (Rm 7,15-19).

Il primo figlio della parabola dice “no”, è un ribelle; il secondo, che dice “sì” ma non fa, è un servile. Il primo è vivo, reattivo, impulsivo, non ha nulla di servile. L’altro, l’ossequiente, è un adolescente immaturo che si accontenta di apparire e di far bella figura davanti al padre.

Gesù non si illude: un terzo figlio ideale, che incarni la perfetta coerenza tra il dire e il fare, non esiste.

Qualcosa però disarma il rifiuto del figlio che ha detto no, espresso con una parola: si pentì. Pentirsi significa cambiare mentalità, vedere un padre che non è il padre-padrone con i capricci del despota, ma uno che progetta il bene della casa.

Ai due giovani non era neppure venuto in mente che la vigna è anche loro, con tutto ciò che produrrà; che essa è molto più che fatica e sudore, è il luogo della profezia di festa per tutti. Allora la fatica rimane, ma c’è un guadagno di gioia.

Dei due, uno diventa figlio e l’altro rimane un servo, sotto lo scacco della paura.

La domanda che sorge: qual è la volontà del padre? Mettere alla prova i figli e misurare la loro obbedienza? Certamente no. Sarebbe un ben piccolo padre, un narcisista con al centro il suo io.

No. Legge di Dio è tutto ciò che fa crescere in umanità, in giustizia, in condivisione, in gioia. La sua volontà è una vigna dai grappoli colmi di sole e di miele. Volontà del padre è rendere più feconda la vigna della storia.

La morale evangelica non è l’etica dell’obbedienza prima di tutto, o dei molti precetti da osservare, ma è quella dei frutti buoni: hai davanti a te fecondità o sterilità, scegli! Dai loro frutti li riconoscerete (Mt 7,16).

E se agisci così fai vivere te stesso, dice il profeta (Ez 18,27), sei tu il primo che ne riceve vantaggio.

Gesù prosegue con una delle parole più dure e più consolanti che abbia mai pronunciato: I pubblicani e le pr******te vi passeranno avanti nel Regno di Dio! Perché essi sono come il primo figlio, hanno detto “no” con la loro vita senza frutti, ma poi hanno ascoltato e hanno cambiato rotta.

Dura frase. Ma consolante, perché mostra che in Dio non c’è ombra di condanna, egli ricalcola il percorso per una vita fruttuosa, per tutti. Crede in noi, e anche in me. Contempla nel nostro cielo le stelle prima ancora che sorgano.

Allora comincerò a girarmi verso di Lui, perché Dio non è un dovere: è pienezza, gioia e libertà. E un sogno di uva matura per migliorare il futuro del mondo. Ricordate? “L’arca aveva una vigna per vela” (Lanza del Vasto). Così navighiamo sul mare dell’essere, sui nostri fragili legni, sospinti da una vela di tralci fecondi.

Quanti lavoratori segreti ci sono nella vigna di Dio, che fanno e non dicono! Il Vangelo si diffonde così, a partire da mille piccole vigne nascoste, dove ciascuno si impegna a rendere meno arida la terra, meno soli gli uomini, meno contraddittorio il cuore.

26/09/2026

Buongiorno
Sabato 26 Settembre 2026
Ss. Cosma e Damiano (mf); S. Nilo; B. Paolo VI
25.a del T. O.
Qo 11,9 – 12,8; Sal 89; Lc 9,43b-45
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In quel giorno, mentre tutti erano ammirati di tutte le cose che faceva, Gesù disse ai suoi discepoli: «Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini». Essi però non capivano queste parole: restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso, e avevano timore di interrogarlo su questo argomento.
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Il testo evangelico odierno è strettamente collegato da Luca al racconto precedente. Gesù ha appena cacciato un demonio liberando un ragazzo. La gente è ammirata e stupita, per le cose che fa, riconoscendo la grandezza di Dio all’opera in Gesù. Ma ecco che il Maestro si rivolge nuovamente ai suoi discepoli: «Mettete nelle vostre orecchie (così il testo greco) queste parole: il Figlio dell’Uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini». Gesù torna sulla sua passione e questa volta chiede di ascoltare con attenzione questa parola, di “mettersela bene dentro le orecchie”. I discepoli non solo non capiscono e non conoscono il significato di questa parola, ma addirittura evitano di chiedere spiegazioni, hanno paura di comprenderne il senso.

Tutti, folla e discepoli, sono stupiti delle cose che Gesù fa, ma ai suoi Egli rivela che l’origine della sua potenza sta nel suo libero consegnarsi nelle mani degli uomini: egli dà loro la propria vita. Ecco dove sta la vera grandezza che opera prodigi: nel dono radicale e totalmente gratuito della sua vita a noi. La vera grandezza sta nella sua passione, morte e risurrezione. L’invito fatto ai discepoli è forte e pressante: questa Parola, che annuncia la croce, va “messa bene dentro le orecchie”, perché da lì passi nel cuore e nessuno possa rubarcela e portarla via. Il verbo usato – mettere dentro, piantare, conficcare – denota la fatica di chi pianta, e la resistenza del terreno, duro come il selciato della strada o le pietre della parabola del seminatore. Il modo e il tempo in cui è coniugato in greco indicano la necessità di dare inizio a un’azione nuova: i discepoli sono invitati a fare ciò che ancora non hanno fatto, piantando dentro il cuore la parola della croce. Il discepolo che segue Gesù si trova ormai in procinto di una scelta irrevocabile: egli è chiamato a lasciarsi “scavare” le orecchie e il cuore da questa parola, per accedere a una fede che sappia non solo resistere allo scandalo della croce, ma che sappia scoprire il volto del Cristo di Dio in quello del Crocifisso. Proprio come nel racconto parabolico, il seme non trova buona accoglienza: i discepoli hanno le orecchie chiuse a questo invito, perché hanno chiuso il cuore ad esso. Hanno paura forse perché intuiscono la portata di ciò che ascoltano e piuttosto che confrontarsi con la verità, preferiscono evitare l’argomento e proseguire con i loro ragionamenti. Chi tra noi è il più grande? Ecco cosa si muove dentro il loro cuore. Gesù ha appena annunciato una grandezza che passa per la via della piccolezza, del servizio e del perdere la propria vita e loro ne inseguono una del tutto diversa, incapace di cogliere in quella indicata dal Maestro. La parola della croce sembra non trovare posto nel cuore dei discepoli, sembra destinata a rimanere senza accoglienza, ma lo scavo interiore a cui essa ha ormai dato inizio è profondo e irresistibile.

25/09/2026

Buongiorno
25 settembre 26 venerdì
25.a del T. O.
S. Cleofa; S. Anàtalo; S. Sergio di Radonez; B. Marco Cr. Qo 3,1-11; Sal 143; Lc 9,18-22
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Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le f***e, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto». Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio». Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, ve**re ucciso e risorgere il terzo giorno».
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Che abisso di mistero è il cuore dell’uomo. Il mio cuore. Frequentiamo il Signore da tanto tempo, lo amiamo, ci sentiamo amati, lo conosciamo, lo annunciamo.

Eppure, in certi momenti ci sfugge chi egli sia veramente.

Un grande amico, sì, un profeta, certo, ma il rischio di perdere di vista la sua profonda natura è ben più che una possibilità…

Pietro ha capito l’identità di Gesù: è il Cristo di Dio, il Messia, l’atteso, il liberatore, il donato.

Solo che, a lui e a noi, sfugge il modo in cui Gesù intende manifestare questa identità, non come un nuovo re Davide, un tenace Giuda Maccabeo capace di sconfiggere gli assiri, no.

Non un Messia aggressivo, uno che risolve, anche con la forza, iniziando una rivolta popolare. Niente del genere.

Gesù sceglie una strada apparentemente perdente, una strada in salita.

Non alzerà la voce, non compirà prodigi eclatanti, non contesterà.

Annuncerà un Regno fatto di pace, di giustizia, di luce, un Regno che passa nei cuori, non dai confini identitari.

Scelta impopolare e fallimentare, lo sa, lo vede, lo sperimenta.

Ma è così che ha imparato a conoscere il Padre che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.

Cristo sì, ma non come lo intendiamo noi, ancora legati, troppo spesso, alla visione di un Dio vittorioso, di una Chiesa trionfante riconosciuta e rispettata dai regni di questa terra.

Cristo servo dell’umanità, difensore dei poveri, ultimo fra gli ultimi, che rivela che solo l’Amore cambia, converte, illumina, trasforma.

A volte anch’io, in fondo, mi aspetto un bel finale trionfante, in questo tempo in cui le nostre comunità faticano e anche come Chiesa rischiamo di lasciarci contagiare dal vittimismo dilagante.

Seguire il Cristo o seguire questo Cristo? Alla fine, tutto si riduce a questa scelta.

Scegliere la parte minoritaria, meno evidente, della vita, delle persone, delle scelte.

Se il mondo sgomita per emergere, io scelgo di abitare il luogo e la vita che mi è stata donata facendola fiorire, così come capita, fecondandola d’amore.

23/09/2026

Buongiorno
Mercoledì 23 Settembre 2026
Madonna delle Grazie; S. Pio da Pietrelcina; Ss Zaccaria ed Elisabetta; S. Lino
25.a del T. O.
Pr 30,5-9; Sal 118; Lc 9,1-6
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In quel tempo, Gesù convocò i Dodici e diede loro forza e potere su tutti i demòni e di guarire le malattie. E li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi. Disse loro: «Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non portatevi due tuniche. In qualunque casa entriate, rimanete là, e di là poi ripartite. Quanto a coloro che non vi accolgono, uscite dalla loro città e scuotete la polvere dai vostri piedi come testimonianza contro di loro». Allora essi uscirono e giravano di villaggio in villaggio, ovunque annunciando la buona notizia e operando guarigioni.
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Prima di “mandare” gli apostoli, Gesù li chiama a sé, e minuziosamente li prepara per un viaggio di evangelizzazione senza di Lui. Ma mentre gli ordina di non prendere niente per il viaggio, “né bastone né bisaccia né pane né denaro“, e neppure, aggiunge, un cambio d’abito, contemporaneamente da loro poteri inimmaginabili, autorità su tutti i demoni e capacità di curare le malattie. E poi li invia ad annunciare il Regno di Dio e a guarire gli infermi; sullo stesso piano, perché la salute del corpo è inscindibilmente connessa con quella dello spirito. In un’epoca in cui le malattie sono considerate come sventure irrimediabili, e rare e poco efficaci sono le cure, guarire è sempre un miracolo, e Cristo non si nega, anche se spesso con una sfumatura di impazienza verso l’ottusità da cui è circondato. Gli evangelisti ne raccontano tanti, di miracoli, cui seguono tutte le sfumature del comportamento umano, dall’umile riconoscenza all’ingratitudine più offensiva, a dimostrazione che il miracolo è una via per la comprensione della Parola di Dio, ma da sola non basta, se non é accompagnata dall’accoglienza e dall’ascolto. Seccamente, contro coloro che non li accettano, “e non li ascoltano”t (aggiungono Matteo e Marco), Egli dà loro infine il celebre ordine di andarsene scuotendo la polvere dai piedi “a testimonianza contro di essi”; la sordità del cuore é la peggiore delle malattie, e non vale la fatica di fermarsi. Affidando ai Dodici una missione simile a quella che Egli stesso andava svolgendo, Egli fa loro comprendere e accettare la sua scelta, la speciale unione che ha stabilito fra Lui e loro, privilegiati fra tutti gli uomini per realizzare la prima missione evangelizzatrice. Essi devono andare (l’idea del viaggio e del cammino, da allora fondamentale nella diffusione del cristianesimo), e curarsi dei mali del mondo, di tutti coloro che si riconoscono malati e peccatori, e convertendosi potranno beneficiare dell’amore e della misericordia di Dio. Nel mondo contemporaneo il peccato va sempre più configurandosi come peccato di omissione e di infedeltà; perciò per conversione si dovrà oggi intendere soprattutto il coraggio nel testimoniare, la magnanimità nel richiamare, l’autorevolezza nel proporre, la pazienza nell’accudire, la costanza nel perseverare… perché tutti siamo chiamati ad annunciare il regno di Dio e a sollevare la fragilità dell’uomo.

22/09/2026

Buongiorno
Martedì 22 Settembre 2026
S. Maurizio; S. Silvano; S. Emerita
25.a del T. O.
Pr 21,1-6.10-13; Sal 118; Lc 8,19-21
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In quel tempo, andarono da Gesù la madre e i suoi fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla.
Gli fecero sapere: «Tua madre e i tuoi fratelli stanno fuori e desiderano vederti».
Ma egli rispose loro: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».
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Il seme caduto sulla terra buona non può essere lasciato a se stesso ma deve essere custodito e accudito con perseveranza, finché darà frutto, attraverso l’ascoltare la Parola “con cuore buono e perfetto”, cioè disponendo la nostra mente a una ricettività intelligente e senza barriere. È questo insegnamento che Gesù intende sottolineare quando risponde seccamente a chi gli annuncia la presenza di sua madre e dei suoi “fratelli”, che non possono avvicinarlo a causa della folla che lo circonda, che madre e fratelli sono per Lui tutti coloro che “ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica”. Qui vediamo quel Cristo estremamente determinato, dalle risposte taglienti, che troppo spesso viene occultato in tanti commenti pur benintenzionati, che presentano il suo insegnamento come una specie di pacioso embrassons-nous. Bisogna rileggere attentamente le sue parole, per comprendere qui, per esempio, che questa frase apparentemente così dura non rinnega, ma accoglie. Maria e i fratelli non sono privilegiati, ma sono accettati insieme a tutti coloro che “ascoltano la Parola di Dio”, perché il cammino verso la luce e sotto la luce si compie insieme, e chiunque diventa un fratello quando accetta la Parola di Dio. Ma ognuno ha la sua strada e il suo rapporto con la divinità. Come Maria con il suo sì dà inizio alla storia della salvezza, accettando cli fare la volontà di Dio, così il nostro sì alla Parola, liberandoci da ogni vincolo umano, ci avvia sulla strada della salvezza personale, cioè del nostro sodalizio spirituale con Cristo. Matteo e Marco, raccontando lo stesso episodio, sottolineano l’importanza di “fare” la volontà del Padre, Luca invece preferisce mettere in evidenza altri due verbi, “ascoltare” e “mettere in pratica”: riprende cioè il tema dell’ascolto ma lo coniuga vigorosamente nella dimensione della concretezza e del quotidiano.

Indirizzo

Via Della Chiesa I 427/m
Lucca
55100

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