29/08/2026
IL "MIGLIO VERDE" DI ISCHIA: QUANDO IL SOLO PENSIERO DI PERDERE CASA PUÒ VALERE PIÙ DELLA VITA UMANA
di Valerio Pero
Stamattina, sulla strada del Cretaio, non servivano notifiche fresche di stampa né il rumore dei motori accesi sulla strada. A consumare l'ennesimo dramma psicologico e umano è bastata l'ombra opprimente, costante e logorante di un destino che appare segnato: il pensiero devastante che, prima o poi, lo Stato arriverà a radere al suolo tutto.
Un uomo di 76 anni, con le mani segnate da una vita di lavoro e lo sguardo smarrito di chi deve proteggere una moglie affetta da Alzheimer, è salito sull'orlo del baratro e ha minacciato di togliersi la vita.
A spingerlo su quel cornicione non è stato un atto giudiziario consegnato all'alba, ma il peso insostenibile dell'angoscia quotidiana, la certezza angosciante che quell'ordine di demolizione pendente sulla sua testa porterà via l'unica casa in cui quella donna malata trova un briciolo di memoria e orientamento.
È una vera e propria "attesa del miglio verde", come nel capolavoro cinematografico di Frank Darabont. Ma c’è una differenza sostanziale e devastante tra i condannati a morte della finzione e i cittadini ischitani con la scure dell'abbattimento sulla testa.
Lì c'erano uomini macchiati da delitti atroci; qui ci sono padri di famiglia, lavoratori umili che non hanno costruito per speculare, per cementificare il territorio a scopo di lucro o per affari criminali.
Hanno posato mattoni solo per estrema necessità, per dare un tetto ai propri figli e un riparo dignitoso alla propria vecchiaia in un territorio privo di piani urbanistici per decenni.
Vivere ogni singolo giorno con il terrore costante della demolizione penale in sospeso per venti, trent'anni è una forma di tortura psicologica.
È una pena perpetua non scritta. Non si può consentire che l'ordinamento giuridico non preveda una prescrizione delle sentenze di abbattimento, lasciando intere famiglie in un limbo da incubo a tempo indeterminato.
Un lasso di tempo così lungo senza una via d'uscita rasenta l'accanimento di Stato ed è per questo che il tema dev'essere portato con forza dinanzi alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (CEDU): condannare all'angoscia perenne e infine radere al suolo l'unica abitazione di un nucleo familiare fragile dopo decenni di inerzia delle istituzioni è in aperto contrasto con il diritto alla vita privata e familiare tutelato dall'Articolo 8 della CEDU.
Ma la beffa istituzionale tocca vette grottesche sul piano fiscale. Per decenni, quello stesso Stato che promette rigore e demolizioni ha puntualmente preteso e incassato ogni singolo euro di tasse locali e patrimoniali: TASI, TARI, IMU.
Secondo l'orientamento giurisprudenziale vigente, finché l'immobile resta in piedi chi lo occupa deve pagare. La domanda sorge spontanea e violenta: se incassi i miei tributi per 30 anni, se accetti il mio denaro per finanziare i tuoi servizi, per quale f***e logica kafkiana quell'immobile è un "abuso da cancellare" e non una casa che tu stesso hai implicitamente riconosciuto e sanato nei fatti?
A rendere il quadro ancora più rivoltante è l'insopportabile scollamento della politica nazionale. A Milano si approva d'urgenza il salva-norme (il cosiddetto "Salva Milano") per scudare e sanare colate di cemento su cemento, grattacieli e maxi-investimenti immobiliari da milioni di euro; al Sud, invece, l'intransigenza diventa cieca contro le casette di necessità di pensionati e invalidi.
Il principio di uguaglianza sancito dall'Articolo 3 della Costituzione — che impone pari dignità sociale a tutti i cittadini senza distinzione — viene calpestato e sbeffeggiato ogni giorno a seconda del CAP di residenza.
Vergogna. Vergogna alla classe politica nazionale, trasversalmente a tutto l'arco costituzionale, incapace di approvare una norma di civiltà sulla tipizzazione del bisogno e sulla distinzione netta tra speculazione edilizia ed edilizia di necessità.
A quell'anziano, a sua moglie e a tutte le famiglie che ogni giorno convivono con questo incubo invisibile va la nostra più profonda e partecipe solidarietà. Da semplici cittadini non possediamo le chiavi dei codici o dei tribunali per cancellare questa angoscia; ma abbiamo il dovere morale di prestare la nostra voce a chi vive nel terrore, prima che il "miglio verde" d'Ischia pretenda il suo tributo di sangue.