12/08/2026
Ferragosto comincia sempre un po’ prima del quindici.
Per me comincia quando il sole non fa più male agli occhi e il giorno, prima ancora di essere finito, comincia a stancarsi.
È quella parte dell’estate che brucia più alle spalle che davanti. Forse è per questo che mi sembra la più bella.
Mi viene una malinconia che mi culla e mi tiene sul filo tra l’ansia e la gioia di vedere le cose finire.
Quando il giorno diventa notte passando per il tramonto.
È lì che voglio stare. In quel momento che non esiste, sospeso tra quello che è già finito e quello che deve ancora cominciare. Questo è lo spazio del Ferragosto che ho in mente.
Non me ne abbia lo zio Valter, con la V normale, se non vai da lui a mangiare la grigliata carbonizzata. Lo so che ti ritroverai alle sei, senza aver ancora comprato le birre che toccava a te portare dagli accordi di Pasquetta, e che arriveranno calde.
Lascia andare.
Evita anche il buffetto sulle guance della cugina Piera, con le sue mani da forza-tenaglia.
Vieni qui, ceniamo insieme.
Cosa festeggiamo, allora?
Niente.
E forse è proprio per questo che possiamo festeggiare tutto.
Il vino finito prima delle parole.
Come il ghiaccio che si scioglie lentamente nel bicchiere, noi allunghiamo la sera finché possiamo, senza chiederle dove vuole andare a finire.
E magari, per una notte, riusciamo a non far finire niente.
Convinciamo il tempo a restare ancora un po’.
Prestiamoci il nostro per sempre.
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